Trovare il Signore nella nostra debolezza

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Nella fedeltà allo spirito del nuovo pontificato, il messaggio per questa Settimana santa 2014 è forse quello di scandagliare la periferia delle nostre abitudini religiose, a volte ben lontane dalle esigenze del Vangelo.Meditiamo così ad esempio ciò che ha detto il vescovo di Roma nel pomeriggio della domenica delle Palme, nel visitare una parrocchia alla periferia della città, nel quartiere della Magliana. Dal sagrato della chiesa di San Gregorio Magno si è rivolto ai parrocchiani, molti dei quali hanno sofferto a causa di una banda criminale che ha imposto la sua legge con la violenza. «Il luogo migliore per trovare il Signore non è la chiesa, è la nostra stessa debolezza», ha in sostanza sottolineato (1), invitando ciascuno a fare esperienza della presenza amorevole di Cristo nel cuore stesso delle ferite più intime, fisiche o morali. Queste parole mi hanno riportato alla mente la riflessione stupita di un vescovo francese appena incaricato della cura di un grande santuario, che si domandava apertamente «come mai le apparizioni della Vergine avvengono sempre ai margini delle nostre istituzioni». Trova qui la risposta di un papa eminentemente mariano per la sua umiltà, la sua umanità e il suo autentico amore per le persone, e molte altre risposte ancora non mancheranno. «Francesco, uno di noi», scandiva la folla del quartiere romano della Magliana, toccata dal suo vescovo Francesco, modello per tutti coloro che hanno ricevuto una missione pastorale all’interno della Chiesa cattolica. Il suo esempio ispira sempre più i vescovi, soprattutto negli Stati Uniti, che rinunciano ad opere costose adottando uno stile di vita più evangelico. «La croce non è un ornamento che dobbiamo sempre esporre sull’altare delle nostre chiese, non è un simbolo che ci distingue dagli altri, è il mistero dell’amore di Dio che si umilia Lui stesso», ha insistito recentemente il papa in una delle omelie mattutine nella casa Santa Marta dove ha deciso di alloggiare nella semplicità, insieme agli altri ospiti, dalla sua elezione tredici mesi fa.

Non c’è spazio per la mediocrità

All’indomani della domenica delle Palme ha incontrato alcuni seminaristi delle diocesi del Lazio, venuti in pellegrinaggio a piedi fino a Roma, domandando loro di prepararsi non a diventare i funzionari di un’impresa o di un organismo burocratico, ma dei pastori a immagine di Gesù. «Pio XI aveva detto che è meglio perdere una vocazione, che correre un rischio con un candidato poco convinto», ha aggiunto con fermezza, citando con forza il profeta Ezechiele a proposito dei cattivi pastori (34, 1-6), e affermando che per seguire Gesù nel ministero sacerdotale «non c’è spazio per la mediocrità, quella mediocrità che porta sempre a utilizzare il popolo di Dio a proprio vantaggio». Questo tono profetico che caratterizza il nuovo papa ha segnato anche la messa crismale, la mattina del Giovedì santo, nella basilica di San Pietro. I sacerdoti erano giunti numerosi per la consacrazione degli oli santi che serviranno per tutto l’anno a celebrare i sacramenti nelle parrocchie della Città eterna. Hanno rinnovato le loro promesse sacerdotali dopo aver ascoltato il papa esortare ciascuno di essi a non essere «ipocriti, supponenti e presuntuosi». La sua omelia di un’intensità estrema sull’identità del sacerdote rimarrà negli annali; in essa ha denunciato l’introspezione e la ricerca della propria interiorità: «Esci da te stesso, esci e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato, e il tuo popolo avrà cura di farti sentire e gustare ciò che sei, come ti chiami, qual è la tua identità…Uscire da se stessi implica spogliarsi da se stessi, richiede una povertà». In piazza San Pietro e nelle strade vicine, dopo questa messa a cui avevano appena partecipato, i sacerdoti erano raggianti e davano prova di una rinnovata attenzione ai pellegrini che li avvicinavano, li ascoltavano volentieri, e chiedevano spesso di pregare per loro, come il papa fa regolarmente. «L’effetto Francesco» è decisamente contagioso.

L’immensità dell’amore di Dio

La sera del Giovedì santo, aprendo il Triduo pasquale, il papa ha celebrato la Cena del Signore in un centro di riabilitazione neuromotoria nella periferia romana: la fondazione Don Gnocchi. Ha lavato e abbracciato i piedi di dodici disabili e persone svantaggiate, inginocchiandosi come un umile servitore e rialzandosi ogni volta con grande difficoltà, donando di nuovo la carezza del suo sorriso ai più deboli, immergendosi in quelle «periferie esistenziali» in cui desidera ardentemente coinvolgere con lui tutta la Chiesa, corpo mistico di Cristo. Noi siamo questa Chiesa, insieme, e l’orizzonte di riconciliazione che si offre a tutti noi con la festa di Pasqua è stato indicato chiaramente da Padre Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, durante la celebrazione della Passione del Signore, il Venerdì santo, nella basilica di San Pietro: «La confessione ci permette di vivere ciò che è detto del peccato di Adamo nell’Exultet pasquale: “Oh felice colpa, che meritò un di avere un così grande Redentore!”. Gesù sa fare di tutte le colpe umane, una volta che ci siamo pentiti, delle “felici colpe”, delle colpe di cui non si conserva alcun ricordo se non quello dell’esperienza della misericordia e della tenerezza divina di cui sono state l’occasione». Più tardi in serata, alla fine della Via Crucis, davanti a circa 40 000 fedeli riuniti al Colosseo, il papa ha improvvisato una meditazione sconvolgente, considerando che la crocifissione di Gesù riassume tutte le «ingiustizie, tutta l’amarezza del tradimento di Giuda e di Pietro, tutta la vanità dei potenti, tutta l’arroganza dei falsi amici». «Nella Croce vediamo la mostruosità dell’uomo quando si lascia guidare dal male. Vediamo anche l’immensità dell’amore di Dio che non si occupa di noi secondo i nostri peccati, ma secondo la sua misericordia». Dopo averlo ascoltato, la domanda che ha posto la domenica delle Palme ci è rieccheggiata interiormente per risuonare profondamente nelle nostre coscienze: «Davanti a Gesù che soffre, sono come Giuda o come Maria? Dov’è il mio cuore?». Pasqua è un’occasione da cogliere per aprirci a Dio, secondo quanto Francesco ha dichiarato nell’udienza generale del 16 aprile, festa della nascita al Cielo di santa Bernadette, poiché «è quando tutto sembra perduto che Lui interviene con la potenza della resurrezione».
Auguro a tutti voi, cari lettori, tutta la gioia di Pasqua, e vi do appuntamento per la canonizzazione dei papi Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII che potrete seguire “in diretta” e in prima fila sul mio account Twitter.

(1) Osservatore Romano / 7-8 aprile 2014.

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