Una guida nei nostri deserti

Vedere l’invisibile. La vita e la spiritualità di Bernadette Soubirous
9 July 2020

Poco prima della festa di Pentecoste, abbiamo appreso dell’imminente canonizzazione del beato Charles de Foucauld, “confessore della fede”, dopo il riconoscimento di un miracolo ottenuto per sua intercessione. Contemporaneamente a questo annuncio, la Sala Stampa della Santa Sede ha comunicato che Pauline Jaricot potrà essere beatificata. Queste due grandi personalità cattoliche francesi, l’ufficiale libertino diventato un eremita silenzioso nel Sahara e la fondatrice laica dell’Opera Pontificia per la Propagazione della Fede, sembrano a prima vista opposti nella loro concezione della missione. In realtà, li univa il comune desiderio di portare il Vangelo attingendo alla spiritualità del Cuore di Gesù, allontanandosi da certi modelli clericali in voga nel XIX secolo. Le “Riparatrici del Cuore di Gesù, incomprese e disprezzate”, fondate da Pauline Jaricot come “l’Unione dei Fratelli e delle Sorelle del Sacro Cuore di Gesù”, di cui Charles de Foucauld avrebbe voluto vedere lo sviluppo durante la sua vita, annunciavano la chiamata universale alla santità lanciata dal Concilio Vaticano II, quella “nuova Pentecoste” che restituiva ai fedeli laici la dignità di battezzati impegnati a testimoniare il Vangelo nella vita di tutti i giorni. Se a Pentecoste Gesù scompare ai nostri occhi, non è forse affinché noi possiamo essere il suo cuore e il suo volto, la sua presenza nella società, come popolo di Dio e Corpo di Cristo? Questo è ciò che volevano significare, per anticipazione,i simboli del Cuore e della Croce di Gesù, portati da Padre de Foucauld sul suo abito religioso. Il Beato e futuro santo attribuisce così il suo vero significato a questo simbolo spesso ricamato sulle bandiere francesi per sostenere alcune cause politiche nazionali. Piuttosto che brandire il Sacro Cuore sugli stendardi, non è più importante esserne rivestiti interiormente e spiritualmente? Questo è quanto ho imparato durante la mia gioventù algerina, alla scuola del “fratello universale”, alcuni anni dopo i concerti di clacson per l’Algeria francese.

Nato da padre ignoto alla fine della guerra d’Algeria, sono molto legato spiritualmente a Charles de Foucauld: è la mia guida e il mio protettore. Quando ero ancora bambino ad Algeri, mia madre mi diede una sua foto, sul retro della quale il mio padre invisibile, partito con la Francia, aveva scritto queste parole: “Egli ti proteggerà e ti amerà per me”. Ed è ancora più importante nella mia vita perché, essendo cresciuto nella piccola comunità cristiana algerina dopo l’indipendenza, ho sentito spesso evocare l’esempio di “Fratel Charles” a proposito dei rapporti con i nostri amici musulmani. Per noi, è già un santo da molto tempo. Malintesi di natura politica legati alla colonizzazione sembravano aver rimandato sine die la sua canonizzazione. La Santa Sede, probabilmente, non voleva provocare incomprensioni con il governo algerino. La testimonianza dei 19 beati martiri d’Algeria, che hanno versato il loro sangue accanto a quello delle molte vittime musulmane della violenza durante il buio decennio della guerra civile, ha probabilmente permesso di far luce sul messaggio fraterno di Charles de Foucauld, a cui tutti loro si richiamavano con più o meno enfasi, e i miei amici di Tibhirine in particolare. Fra l’altro, Christian de Chergé ha firmato il suo famoso testamento un 1° dicembre, giorno della morte violenta di Charles de Foucauld.

Meno di dieci anni dopo la serie di omicidi di religiosi in Algeria, il 13 novembre 2005 Fratel Charles veniva beatificato a Roma. Quella celebrazione – alla quale ho avuto la fortuna di partecipare – ha messo in evidenza uno stile profetico di vita cristiana spoglio, radioso, che fa della religione un amore. La sua canonizzazione avrebbe consacrato quel modello evangelico che avrebbe il potenziale per trasformare il profilo della Chiesa cattolica negli anni a venire, come ai tempi di san Francesco. L’apostolato della bontà, l’abbandono spirituale e la presenza discreta tra gli ultimi sono, credo, i tre segreti di questo rinnovamento ecclesiale “foucaultiano” proposto, come un’opportunità attuale, all’istituzione clericale romana.

Contemplando, nella mia adolescenza, i sei ex-voto lasciati da Charles de Foucauld presso il santuario di Nostra Signora dell’Africa che domina la baia di Algeri, ammiravo le tappe della sua vita missionaria. “Il mio apostolato deve essere quello della bontà”, affermava l’ex ufficiale di cavalleria che si era formato a Saumure aveva combattuto con la spada sguainata la rivolta dello sceicco Bouamana contro la presenza coloniale a sud di Oran, insieme al futuro generale Lapperine. L’arma di Dio è dunque la sua bontà,avevacapito leggendo il Vangelo, dopo aver lasciato l’esercito per diventare esploratore in Marocco, poi trappista e infine eremita fra i Tuareg, artefice del dialogo islamo-cristiano. I tre anni trascorsi a Nazareth lo avevano aiutato a familiarizzarsicon la tenerezza di Gesù; voleva “gridare il Vangelo con la vita”, tessendo rapporti di amicizia con ciascuno, come fece in particolare a Tamanrasset con l’Amenokal, Moussa Ag Amastan, il grande capo di una confederazione tuareg. Non pensava più a convertire, ma ad amare. “Sono certo che il buon Dio accoglierà in cielo coloro che sono stati buoni e onesti anche se non erano cattolici”, avrebbe scritto a proposito dei musulmani che lo circondavano, senza secondi fini di proselitismo, precursore in questo senso del Concilio Vaticano II e del suo più famoso documento sulla libertà religiosa, Dignitatishumanae. “Non si trattava di predicare, ma di essere come Cristo”, mi avrebbe poi spiegato uno dei suoi discepoli, Padre René Voillaume, durante la sua ultima intervista, che mi avevaconcesso nell’aprile 1999 per il quotidiano La Croix.

Charles de Foucauld collocava il suo apostolato della bontà sotto il segno del Cuore di Gesù, ricevendovi con amore filiale la sua fiducia nella paternità divina, la sorgente inesauribile della fratellanza universale. “Voglio abituare tutti gli abitanti – cristiani, musulmani ed ebrei – a vedermi come loro fratello”, scriveva alla cugina Marie de Bondy, praticando una spiritualità di abbandono alla volontà del Padre celeste, a imitazione di Gesù Cristo. Aveva approfondito questa spiritualità nel suo eremo di Assekrem, nel sud dell’Algeria, quando fu salvato dalla carestia da alcuni Tuareg che nel 1908 gli portarono del latte di pecora. Si offrì a Dio come un povero,nel completo abbandono di sé stesso. “Padre mio, mi abbandono a te. Fai di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la tua volontà sia fatta in me, in tutte le tue creature; non desidero altro, mio Dio, metto la mia anima nelle tue mani, te la dono, mio Dio…”Quando avevo circa dodici anni, balbettavo per la prima volta la sua Preghiera dell’abbandono, imparata a memoria, fra le dune di sabbia. Ero a El-Goléa, con mia madre e alcuni suoi amici, davanti alla tomba di Fratel Charles. Lì, un ragazzino biondo perso nell’immensità del Sahara, ho capito di avere un padre che mi amavada tutta l’eternità; ricevevo un cuore di figlio nel Figlio per essere, a mia volta, fratello di tutti. Nel deserto avevo sentito l’Eterno che diceva anche a me: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Sal 2,17).

Adesso che lavoro a Roma da sette anni, mi piace andare a pregare dalle Piccole Sorelle di Gesù, alle Tre Fontane, davanti all’altare eucaristico di Padre de Foucauld, che le suore conservano con amore. Quella reliquia evoca il terzo segreto di Fratel Charles, dopo il Vangelo e il Sacro Cuore: il Santo Volto di Gesù. Simbolo del Verbo incarnato, lo adorava in modo interiore nel sacramento dell’Eucaristia, il dono che Gesù ha fatto di sé stesso e che ci rivela l’amore infinito del Padre suo per ogni essere umano. Profondamente toccato da queste parole di Cristo messe in relazione fra loro: “Qualunque cosa abbiate fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me” e “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”, egli ha cercato e amato Gesù nei più piccoli, nelle profondità di quell’Amazzonia del Nord Africa che era per lui la regione saheliana berbera. Non potendo celebrare la Messa per mesi, perché la regola del tempo obbligava il sacerdote ad avere un chierichetto, ha creduto intensamente all’irradiazione della presenza eucaristica che santifica misteriosamente le persone che vivono nelle sue vicinanze.

Charles Eugène de Foucauld de Pontbriand è stato progressivamente trasfigurato dall’adorazione, diventando Charles di Tamanrasset – un altro Cristo, come Francesco d’Assisi, Bernadette di Lourdes, Ignazio di Loyola o Teresa di Lisieux… La particella dell’unica nobiltà che conta per un cristiano, non è forse quella della santità quotidiana?

Morto a 58 anni il 1 dicembre 1916, ucciso da ribelli senussivenuti dalla Libia, alleati della Germania durante la seconda guerra mondiale, ci ricorda che l’offerta della nostra vita a Dio è l’unico modo per portare frutto, secondo la parabola evangelica, ad immagine del chicco di grano che cade in terra. Inoltre, può aiutarci a sentire l’urgenza di un’espropriazione di sé, di una purificazione del culto e di un ritorno al Vangelo, per testimoniare in silenzio nel cuore dei nostri deserti, nella società secolarizzata in cui siamo immersi. La sua canonizzazione sarà una promessa in questo senso, per tutta la Chiesa.

 

Da leggere anche sull’Osservatore Romano: https://www.osservatoreromano.va/it/news/2020-06/una-guida-nei-nostri-deserti.html

1 Comment

  1. Luc Harvey says:

    Je connais des parents de Charles de Foucault, ils étaient présents lors de la messe de sa Béatification à Rome. Ils sont les arrières arrières petits neveux. Ils portaient les offrandes avant l’offertoire. Ce sont Hugues et Raphaëlle de Foucault des amis de l’Ordre de Malte de France.

    Où puis-je trouver la version française de ce texte ?

    Salutations

    Luc Harvey

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