“Lourdes”: il grande documentario presto in Italia

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Thierry Demaizière era l’unico giornalista radiofonico francese presente a Baghdad durante la prima guerra del Golfo. Questo ex reporter di guerra si è poi specializzato in interviste-profilo per la televisione, raccontando con precisione e sensibilità la complessità e la ricchezza interiore degli intervistati. Dal 2004 collabora con Alban Teurlai, regista francese, direttore della fotografia e montatore, per la produzione di documentari su alcuni personaggi famosi. Nel 2016, ad esempio, hanno co-diretto un documentario sull’attore porno Rocco Siffredi, la cui madre avrebbe voluto che diventasse sacerdote…

Oggi i due registi celebrano un trionfo con il loro film-documentario di 90 minuti su Lourdes, che l’anno scorso è stato acclamato da 200.000 spettatori. Caratterizzato da un realismo straziante, spinge ognuno a interrogarsi sul proprio rapporto con la sofferenza e la morte; sarà proiettato nelle sale italiane dal prossimo 24 febbraio. Quando Thierry Demaizière e Alban Teurlai evocano Lourdes, parlano di “qualcosa” di straordinario, di eccezionale. Neppure Bernadette trovò un’altra parola per descrivere ciò che aveva visto nella grotta di Massabielle: nel patois pirenaico, “aquero”, cioè “qualcosa”… D’altronde, non si tratta forse prima di tutto del mistero di un incontro interiore?

Esistevano già film e servizi televisivi per raccontare la storia o l’attualità del pellegrinaggio, ma non era ancora stato realizzato un documentario che parlasse delle motivazioni profonde dei pellegrini. Perché vengono a Lourdes? Cosa si aspettano? Cosa rappresenta per loro la Vergine Maria? Domande che trovano una risposta attraverso la testimonianza delle persone che il film ci propone di seguire passo dopo passo, nell’intimità del loro cammino umano e spirituale.

Così, ad esempio, davanti alla nera roccia scolpita della grotta, Cédric, un giovane disabile che da bambino è stato investito da un’auto, ci coinvolge in una preghiera – non centrata su sé stesso – per coloro che ama, soprattutto per la nonna. Il padre di un bambino gravemente malato condivide con noi la sua preghiera per la moglie, affinché abbia la forza di accompagnare il loro figlio Augustin nel suo cammino di dolore. Anche Jean, un uomo affetto dal morbo di Charcot, inchiodato su una sedia a rotelle, prega per gli altri, suggerendoci con saggezza che “l’handicap e la malattia sono il riflesso di tutte le sofferenze invisibili di ciascuno”.

In questo documentario, quindi, la porta d’ingresso al messaggio di Lourdes è il cuore delle persone, non le grandi celebrazioni, anche se lo spettatore vi entra per gradi dopo aver condiviso la vita quotidiana nelle stanze dei malati, al fianco di giovani volontari che traboccano generosità. Con progressiva consapevolezza, viviamo l’Eucaristia come il momento più forte del pellegrinaggio. Un travestito che si prostituisce a Parigi, membro del Gruppo Magdala, serve la Messa con fede, desideroso di cambiare la propria vita. Le immagini della Messa internazionale che scorrono al rallentatore dalla Basilica di San Pio X ci immergono in un’atmosfera celestiale.

“Qui si tocca il Regno di Dio con un dito”, afferma un pellegrino venuto insieme ai viaggiatori. Anche l’unzione degli infermi rappresenta un momento culminante del soggiorno a Lourdes, con la sua sovrabbondanza di pace e consolazione. Le candele, la Via Crucis, la fiaccolata, acquistano importanza soltanto in funzione delle storie vere di solidarietà e amore che i due registi condividono con noi. Persino l’acqua di Lourdes ci rimanda alle esperienze dei pellegrini, come quella del giovane Jean-Baptiste che la porterà in una bottiglietta al suo fratellino malato. Il documentario si conclude con il bagno nelle piscine visto con lo sguardo sereno di un uomo paralizzato, i cui occhi si socchiudono lentamente, come per invitarci a serbare nel cuore questo “qualcosa” di prezioso che ci è stato rivelato, dell’ordine dell’invisibile, un autentico tesoro d’eternità.

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