
di François Vayne, durante un incontro con giornalisti a Roma, 27 gennaio 2026
Introduzione
Ringrazio Manuel Sanchez per avermi invitato a questo incontro giornalistico informale. Egli sa che sono nato in Algeria, nella terra di sant’Agostino, dove sono cresciuto dopo l’indipendenza, fino alla fine della mia adolescenza. La mia famiglia conta sei generazioni nate in Algeria. Siamo rimasti algerini di cuore e d’anima, come Albert Camus e altri nativi di questo paese di origine europea, visceralmente legati a questo bellissimo paese del Nord Africa.
Mia madre mi chiamò Francesco nel 1962 pensando all’incontro tra il santo di Assisi e il sultano, desiderosa di restare in Algeria per vivere la fraternità universale, dopo una guerra che aveva lacerato le comunità musulmana e cristiana. Non è del resto un caso che io abbia iniziato la mia professione di giornalista ad Assisi in occasione del primo incontro delle religioni per la pace, quasi 40 anni fa, il 27 ottobre 1986, quando avevo appena 24 anni.
Ho proposto a Manuel di invitare anche la mia collega Livia Passalacqua, che ha recentemente conseguito il dottorato presso l’Università Gregoriana su un tema relativo al dialogo interreligioso in Algeria. Le nostre due voci si completeranno, nella prospettiva del viaggio di Papa Leone XIV in Algeria, da lui annunciato lo scorso 2 dicembre sull’aereo che lo riportava dal Libano.
Ciò che ha motivato l’invito a parlarvi è la recente riedizione, da parte della Libreria Editrice Vaticana, del mio libro sui martiri trappisti di Tibhirine, uscito in occasione della loro beatificazione nel 2018. La LEV mi aveva proposto di scrivere questo libro, sapendo che avevo conosciuto i monaci durante la mia giovinezza. Amico del postulatore, un padre trappista, egli aveva accettato la mia proposta di collaborare: lui per la documentazione e io per la scrittura. Siamo poi andati insieme alla beatificazione, al santuario di Santa Cruz a Orano, e dopo a Tibhirine, con il monaco sopravvissuto, frère Jean-Pierre.
I trappisti che si stabilirono progressivamente a Tibhirine arrivarono in Algeria durante la guerra di conquista francese, su richiesta del vescovo di Algeri, mons. Dupuch, per creare un ponte spirituale con la popolazione musulmana, sconvolta dal comportamento pagano dei soldati francesi. Dopo l’indipendenza divennero il cuore pulsante della Chiesa in Algeria e il loro monastero era tutt’altro che isolato dal mondo: ci andavamo spesso per dei ritiri spirituali. Era un crocevia di incontri e di scambi.
Si può partire dalla testimonianza dei martiri di Tibhirine, per illuminare il prossimo viaggio del Papa sulle orme di sant’Agostino circa 1600 anni dopo la sua morte? Credo di sì, e ora vi spiegherò perché.
Occorre considerare questo viaggio alla luce di quanto Leone XIV ha detto lo scorso 28 novembre in Turchia, a proposito della «logica della piccolezza», che è «la vera forza della Chiesa». «Essa, infatti, non risiede nelle sue risorse né nelle sue strutture, così come i frutti della sua missione non provengono dal consenso numerico, dalla potenza economica o dall’importanza sociale. Al contrario, la Chiesa vive della luce dell’Agnello e, raccolta attorno a Lui, è lanciata sulle strade del mondo dalla potenza dello Spirito Santo», spiegava. Ecco il segreto dei monaci di Tibhirine e della Chiesa d’Algeria, ecco il loro messaggio al mondo.
Ciascuno dei monaci ha vissuto un lungo cammino di conversione, un po’ come sant’Agostino, san Francesco e san Charles de Foucauld: tre figure cristiane che hanno in comune la conversione in età adulta e la scelta radicale di mettere il Vangelo in pratica. Alcuni dei monaci avevano combattuto la guerra d’Algeria tra il 1954 e il 1962 come soldati francesi (Christian, Célestin e Paul) e poi erano tornati per vivere una relazione di amicizia con i musulmani, fondata sul lavoro e sulla preghiera.
Ognuna delle loro vite era un vero romanzo. Christian si salvò la vita nel 1959, durante la guerra d’Algeria, grazie a un amico musulmano, Mohamed, che si potrebbe dire morì per lui; e questo segnò il suo impegno religioso e poi il suo ritorno in Algeria come monaco, nel 1971. Celestino, quando tornò in Algeria come monaco nel 1986, fu accolto all’aeroporto da un ex combattente del FLN, Si Ahmed Hallouz, a cui aveva salvato la vita durante la guerra d’indipendenza…
Il loro apostolato era quello della bontà. Durante la guerra civile algerina degli anni Novanta, non avevano voluto lasciare la mano dei loro vicini musulmani che soffrivano, e sono morti come migliaia di persone nello stesso periodo, in circostanze ancora oscure (si parla di un numero tra i 60.000 e i 200.000 morti tra il 1992 e il 2002).
Penso che, nel loro sangue mescolato a quello degli algerini, siano stati artigiani di pace, riscattando in qualche modo molti crimini commessi durante la colonizzazione e facendo nascere, dal loro sacrificio, una vera Chiesa algerina, liberata dai legami con il paese europeo colonizzatore.
Grazie a loro, e agli altri dodici martiri, il tesoro della Chiesa in Algeria fu condiviso con il mondo.
Infatti, non bisogna separare i sette martiri di Tibhirine dagli altri dodici — ricorre quest’anno il 30º anniversario della loro morte — e soprattutto non bisogna confondere il periodo della loro uccisione con l’Algeria di oggi. Da questo punto di vista, il film “Uomini di Dio” è ansiogeno e non favorisce una buona comprensione di ciò che la Chiesa vive attualmente nel Paese di sant’Agostino. Forse anche per questo il Papa non ha previsto di recarsi a Tibhirine, ma non è escluso che renda omaggio ai 19 martiri in un altro modo durante il suo viaggio.
Il messaggio di questi martiri è l’amicizia con gli algerini. Questa amicizia san Charles de Foucauld ha voluto viverla, ed era il loro modello. Non dimentichiamo che si è convertito nella chiesa di Sant’Agostino a Parigi e che il suo programma è stato quello che dice il «Dottore dell’amore»: «Per noi vivere è amare». La sua canonizzazione è stata del resto accettata dagli algerini, anche se per lungo tempo era stato visto da loro come una spia della colonizzazione.
Leone XIV andrà oltre i cliché, verso l’essenziale, evitando le possibili polemiche, perché ciò che conta è il quinto Vangelo, la vita di ciascuno di noi, nella quale prende carne questo ideale dell’amicizia.
La comunità cattolica presente in Algeria è impegnata in «lavori pratici» di dialogo al servizio della fraternità, accanto ai fedeli della religione musulmana, l’islam, che si presenta come una religione di pace.
Ciò che la nostra piccola Chiesa invita a vivere è quanto viene detto dei primi cristiani nella Lettera a Diogneto (II secolo della nostra era): «Ogni terra straniera è per loro una patria e ogni patria una terra straniera». La nostra vera patria è l’umanità amata da Dio, e la Chiesa è quella parte dell’umanità in cui si sperimenta e cresce la felicità di amare!
La Chiesa in Algeria è una Chiesa che esce da sé stessa per andare verso l’altro, ispirandosi all’episodio evangelico della Visitazione. Non è una Chiesa del silenzio, ma «una Chiesa dell’incontro», secondo l’espressione del mio amico, il beato Pierre Claverie.
Oggi la Chiesa universale guarda verso questo territorio del Nord Africa, costituito da quattro diocesi: Algeri, Orano (verso il Marocco), Costantina (verso la Tunisia) e Laghouat (verso il Sahara).
I vescovi di Orano e di Laghouat sono di origine italiana e spagnola (mons. Davide Carraro, PIME, e mons. Diego Sarrió Cucarella, Padre Bianco), mentre quelli di Costantina (mons. Michel Guillaud, del clero di Lione) e di Algeri (il cardinale Jean-Paul Vesco, domenicano) sono di origine francese. Tra loro, Jean-Paul Vesco ha ottenuto la nazionalità algerina.
Circa l’1 ‰ della popolazione è cristiana, si considera generalmente, ma non esiste alcuna statistica ufficiale. Essa è composta da migranti irregolari, studenti africani subsahariani borsisti, alcuni lavoratori espatriati e da persone del Paese che cercano di conoscere il cristianesimo come «amici di sant’Agostino», nel pieno rispetto della religione musulmana largamente maggioritaria. Alcuni migranti sono cattolici e la Chiesa esercita nei loro confronti una pastorale del Buon Samaritano: dei cappellani li assistono in carcere e provvedono ad una sepoltura cristiana.
Il cardinale Léon-Étienne Duval, padre della Chiesa in Algeria dopo l’indipendenza, parlava di 75.000 cristiani, includendo protestanti e ortodossi, quarant’anni fa. Oggi la cifra sarebbe approssimativamente la stessa (circa 100.000 cristiani tra i quali 6.500 cattolici), ma vi sono pochissimi europei. Di fatto, i cattolici subsahariani sono i più numerosi: costituiscono i tre quarti della comunità (dell’Uganda, dello Zimbabwue, della Tanzania…). Il Burkina Faso è fortemente rappresentato tra i sacerdoti, i religiosi e le religiose.
Il rettore della Basilica di Notre-Dame d’Afrique ad Algeri è del Ghana. I vicari generali di Algeri e di Laghouat provengono dalla Costa d’Avorio e dall’Uganda… È una Chiesa in sintonia con la Coppa d’Africa delle Nazioni, la competizione calcistica conclusasi il 18 gennaio scorso, alla quale partecipa anche l’Algeria, come il Senegal, la Nigeria ecc.
La Chiesa cattolica in Algeria è pienamente africana e non ha più legami con il colonizzatore francese. Ciò spiega l’itinerario del viaggio pontificio in Camerun, in Angola e in Guinea Equatoriale: l’“uomo ponte” creerà un collegamento tra le due sponde del deserto del Sahara. Questo viaggio avverrà probabilmente dopo il Ramadan, che inizia a febbraio e termina il 19 marzo (e forse anche dopo Pasqua), dunque verosimilmente prima dell’estate o in autunno.
Il 16 maggio sarebbe una bella data per il viaggio del Papa in Algeria, poiché dal 2017, per volontà dell’ONU, è la Giornata internazionale del vivere insieme in pace.
I cristiani algerini sono in maggioranza evangelici e le relazioni ecumeniche sono buone sul campo.
Dal 2006 un’ordinanza disciplina i culti non musulmani e offre loro una forma di riconoscimento. Con questa ordinanza si trattava di inquadrare i culti all’interno di associazioni e di luoghi riconosciuti (l’Islam è religione di Stato), per evitare il proselitismo. Chiunque stampi o distribuisca documenti che mirano a scuotere la fede dei musulmani può essere severamente condannato.
La chiesa di San Giuseppe a El Goléa, a sud di Ghardaïa, dove si trova la tomba di Charles de Foucauld, sarà dichiarata bene di interesse culturale, così come la cattedrale del Sacro Cuore ad Algeri, attualmente in fase di restauro.
Le risorse delle diocesi algerine provengono dagli affitti e dalla vendita di proprietà (30%), oltre che dal sostegno della Chiesa universale…
Ciò che al momento è certo è che i responsabili dello Stato algerino, con il presidente Tebboune in testa, sono felici di accogliere il Papa, uomo di pace, e che il popolo algerino attende Leone XIV.
Potrebbe parlare agli algerini ai piedi del Memoriale del Martire.
Si recherà probabilmente anche a Notre-Dame d’Afrique, sulle alture di Algeri, e naturalmente a Ippona, nella basilica di Sant’Agostino, dove è venerata una reliquia — un braccio — del grande Dottore della Chiesa che non cessò mai di indicare il cammino della fraternità in Dio.
Al momento della sua elezione al soglio di Pietro, Leone XIV si è presentato come «un figlio di sant’Agostino» e questa espressione ha dato luogo, sui social network in Algeria, a interpretazioni che lo hanno presentato come discendente di un immigrato algerino in Canada, proveniente da Souk Ahras. Ciò ha favorito la simpatia del popolo nei suoi confronti. Gli algerini ammirano il suo impegno per il bene dell’umanità. È anche il “loro” Papa!
Egli ha partecipato al convegno su sant’Agostino a Souk Ahras, vicino ad Annaba, nel 2001, come priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, ed è poi tornato in occasione del restauro della basilica di Sant’Agostino a Ippona nel 2013.
Agostino è entrato a far parte del patrimonio culturale dell’Algeria grazie al presidente Abdelaziz Bouteflika, che lo ha riabilitato come grande filosofo algerino. Prima del convegno del 2001 — organizzato dall’Alto Consiglio Islamico d’Algeria in collaborazione con l’Unesco, l’Augustinianum e l’Università di Friburgo (Svizzera) — egli era visto come un alleato dell’invasore romano contro gli autoctoni donatisti berberi, che furono repressi in modo spietato dall’Impero.
Il 98% dei visitatori della sua basilica a Ippona sono musulmani. Essi vi manifestano un interesse culturale, mentre a Notre-Dame d’Afrique ad Algeri e a Notre-Dame de Santa Cruz a Orano l’approccio è più spirituale, in relazione a Maria, che è “venerata” anche nell’islam.
La basilica di Sant’Agostino fa parte del patrimonio algerino. È l’unica chiesa della diocesi di Costantina in cui il culto viene celebrato in sale appositamente allestite, poiché la cattedrale vera e propria si trova in una sala di 80 metri quadrati. L’équipe pastorale è composta da religiosi dell’Ordine di sant’Agostino africani: dal Kenya, da cui proviene il rettore, dal Sud Sudan e dalla Nigeria.
Il rettore keniano della basilica ha appena pubblicato un libro sull’amicizia agostiniana. Un ricercatore algerino ha individuato punti in comune tra alcuni antichissimi proverbi berberi e citazioni di sant’Agostino sul tema dell’amicizia.
Papa Leone XIV metterà dunque in luce un testimone dell’amicizia che ha ispirato non solo Charles de Foucauld e i 19 martiri d’Algeria, ma che rimane più che mai una fonte per le quattro diocesi dell’Algeria e per tutta l’Africa, il continente in cui il numero dei battezzati cresce più rapidamente.
Conclusione
Questo tesoro dell’amicizia, il tesoro della Chiesa d’Algeria, è costituito dalla vita fraterna, dalla solidarietà con i più poveri, dal Vangelo vissuto senza potere e sobriamente. In fondo, è l’ideale di san Francesco, colui che trasformò la crociata in una lotta per l’amicizia nel suo incontro con il sultano.
«Ripartiamo da Assisi», ha detto Papa Leone il 28 ottobre scorso, al Colosseo, in occasione dei 60 anni della dichiarazione conciliare Nostra Aetate sul rinnovamento delle relazioni tra la Chiesa e le religioni non cristiane. Uno dei firmatari di questa dichiarazione fu il cardinale Léon-Étienne Duval, arcivescovo di Algeri — “padre di tutti noi”, come dicono i musulmani, nostri fratelli — accanto al quale sono cresciuto negli anni Settanta.
Quando ero adolescente, il cardinale Léon-Étienne Duval mi parlava spesso di sant’Agostino, di san Francesco e di san Charles de Foucauld e mi ripeteva: “l’avvenire è nell’amicizia”. Questo messaggio sarà certamente ripreso da Leone XIV in Algeria, in uno spirito di pace e di riconciliazione che spetta a noi trasmettere alla luce dell’VIII centenario della morte di san Francesco d’Assisi.